lunedì 20 dicembre 2010
martedì 23 novembre 2010
INTERVISTA A SUALZO... PARTE SECONDA
Ed ecco le ultime domande - e risposte - dell'intervista a Sualzo che, vi ricordo è uscita sul numero 11/2010 di Satura (www.satura.it). Buona lettura!
Elia dice “la poesia mi attira per la musica che porta con sé” e fra le citazioni che aprono i capitoli del libro c’è un’alta percentuale di poeti. È evidente che per te il rapporto è molto forte. Anche il fumetto può essere poetico. Ma musicale? Tecnicamente, intendo, non potendosi far sentire.
Nella mia storia la poesia è venuta proprio in soccorso di questa mancanza di audio del fumetto. Attraverso la cosa più simile alla musica che si possa leggere su carta, ho cercato di evocare il ritmo e le armonie che mi era impossibile riprodurre con la matita. Poi è chiaro che il lettore mi debba dare una mano mettendoci del suo.
Il tuo tratto è pulito, senza sbavature, con un’ottima resa scenografica. Ti consideri un esponente della ligne claire?
Ho amato molto la ligne claire, la sua evoluzione e, perché no, negazione che ha avuto negli autori francesi che ricordavo prima.
Il fumetto e i nuovi media: quale futuro ha, secondo te, questo futuro? E sempre per rimanere in tema, il linguaggio del fumetto come deve – se deve - cambiare?
Credo che il fumetto possa e debba affacciarsi e “abitare” altri media, compresi quelli di ultima generazione (io sono un gran frequentatore di blog fumettistici, per esempio), in quanto parte della nostra vita culturale, ma che rimanga profondamente legato al suo supporto naturale.
Questo almeno per me. Il linguaggio del fumetto sta cambiando di continuo, senza cancellare ciò che c’era prima semplicemente fa convivere (come il jazz del resto) nuovi e vecchi approcci senza troppi conflitti, a parer mio.
Autobiografia: la storia di Elia è la tua storia. Quanto è facile raccontare se stessi?
Raccontare se stessi ha la facilità di raccontare una cosa che si conosce molto bene e al tempo stesso la difficoltà di accettare di passare sotto la lente tutte le cose che non ti piacciono di te stesso. Io devo dire che ho risolto concedendomi dei piccoli “tradimenti” alla storia dove lo ritenevo utile al libro. Come dico sempre: le parti più improbabili sono reali, le altre me le sono dovute inventare.
A cosa stai lavorando adesso? Puoi darci qualche indizio? Magari una citazione di apertura...
In questo momento è troppo presto per poter dire qualcosa. Ma sto lavorando a una storia che parte da questa citazione di Giorgio Caproni:
“Apriva una campana la mattina,
ma era già tardi, tardi.
E io ero alla guerra senza ripararmi”.
Fra un anno mi spiegherò meglio.
Un’ultima domanda: nella postfazione al tuo libro dici che anche la tua trama ha cambiato rotta. L’improvvisazione è anche il segreto di una buona storia?
Senza dubbio. Come potrei vantarmi di “contenere moltitudini” se non le lasciassi prendere il sopravvento proprio quando scrivo?
Elia dice “la poesia mi attira per la musica che porta con sé” e fra le citazioni che aprono i capitoli del libro c’è un’alta percentuale di poeti. È evidente che per te il rapporto è molto forte. Anche il fumetto può essere poetico. Ma musicale? Tecnicamente, intendo, non potendosi far sentire.
Nella mia storia la poesia è venuta proprio in soccorso di questa mancanza di audio del fumetto. Attraverso la cosa più simile alla musica che si possa leggere su carta, ho cercato di evocare il ritmo e le armonie che mi era impossibile riprodurre con la matita. Poi è chiaro che il lettore mi debba dare una mano mettendoci del suo.
Il tuo tratto è pulito, senza sbavature, con un’ottima resa scenografica. Ti consideri un esponente della ligne claire?
Ho amato molto la ligne claire, la sua evoluzione e, perché no, negazione che ha avuto negli autori francesi che ricordavo prima.
Il fumetto e i nuovi media: quale futuro ha, secondo te, questo futuro? E sempre per rimanere in tema, il linguaggio del fumetto come deve – se deve - cambiare?
Credo che il fumetto possa e debba affacciarsi e “abitare” altri media, compresi quelli di ultima generazione (io sono un gran frequentatore di blog fumettistici, per esempio), in quanto parte della nostra vita culturale, ma che rimanga profondamente legato al suo supporto naturale.
Questo almeno per me. Il linguaggio del fumetto sta cambiando di continuo, senza cancellare ciò che c’era prima semplicemente fa convivere (come il jazz del resto) nuovi e vecchi approcci senza troppi conflitti, a parer mio.
Autobiografia: la storia di Elia è la tua storia. Quanto è facile raccontare se stessi?
Raccontare se stessi ha la facilità di raccontare una cosa che si conosce molto bene e al tempo stesso la difficoltà di accettare di passare sotto la lente tutte le cose che non ti piacciono di te stesso. Io devo dire che ho risolto concedendomi dei piccoli “tradimenti” alla storia dove lo ritenevo utile al libro. Come dico sempre: le parti più improbabili sono reali, le altre me le sono dovute inventare.
A cosa stai lavorando adesso? Puoi darci qualche indizio? Magari una citazione di apertura...
In questo momento è troppo presto per poter dire qualcosa. Ma sto lavorando a una storia che parte da questa citazione di Giorgio Caproni:
“Apriva una campana la mattina,
ma era già tardi, tardi.
E io ero alla guerra senza ripararmi”.
Fra un anno mi spiegherò meglio.
Un’ultima domanda: nella postfazione al tuo libro dici che anche la tua trama ha cambiato rotta. L’improvvisazione è anche il segreto di una buona storia?
Senza dubbio. Come potrei vantarmi di “contenere moltitudini” se non le lasciassi prendere il sopravvento proprio quando scrivo?
giovedì 21 ottobre 2010
L'intervista - SUALZO
Come anticipato prima dell'estate, ecco l'intervista realizzata per il numero 11/2010 della rivista "Satura".
Buona lettura!
THE MELODY AT NIGHT, WITH YOU:
SUALZO, L'IMPROVVISATORE
di Manuela Capelli
Quanti anni ci vogliono per scrivere un fumetto? O per studiare il sax? E per diventare famosi, avere la propria occasione di lasciare un segno nel mondo? Ma soprattutto: è importante davvero? La storia di Elia
Sabaz, “l’improvvisatore” del titolo, corre su binari paralleli con quella del suo autore, Sualzo, Antonio Vincenti all’anagrafe. Naturalmente perché si tratta di una sorta di autobiografia. Elia fa il maestro di
scuola, è un trentenne scapolo e insoddisfatto, alla disperata ricerca di 10 minuti di gloria in compagnia del suo amato sax. Capitolo dopo capitolo, perché qui il romanzo viene fuori anche nella forma, Elia si
fa seguire con passione nel suo viaggio alla scoperta di qualcosa di più rilevante. Complici un tratto pulito e una scrittura poetica, perché in fondo è questo che Sualzo fa: non solo disegna, ma scrive bene. Come
tutti i veri lettori. E che lui lo sia è chiaro: per le citazioni che antepone a ogni capitolo, per la resa strutturale dei personaggi, per l’accurata scelta delle parole.
È molto francese questa graphic novel, che oltretutto come spesso succede in questo campo è stata pubblicata prima in Francia e poi in Italia: nel tratto, in una certa caratterizzazione dei volti, nelle atmosfere. È anche estremamente cinematografica questa graphic novel: nella resa dei colori innanzitutto, ma anche nella storia, che potrebbe inserirsi nel filone calcato da Sliding doors e The family man. Solo che il gioco qui non è più cosa-sarebbe-successo-se…con cui suddetta filmografia ha già iniziato da anni
ad auto-citarsi. Qui alla domanda si risponde con i fatti invece che con vacue supposizioni che lasciano sempre, in fondo e comunque, un po’ di amaro in bocca.
E la risposta è un sospiro di sollievo. La gloria non è tutto e la vita, se sai improvvisare, può riservare magnifiche sorprese. Come un’e-mail di Gipi – il maestro cui hai lasciato il tuo primo romanzo da leggere - da utilizzare come prefazione, o come il Prix Meilleur scenario nel 2009, il premio per la miglior sceneggiatura del Festi’BD di Moulins e la candidatura per il premio Micheluzzi come miglior fumetto al Comicon di Napoli 2010. È, infine, favolosamente romantica, questa graphic novel. Non solo perché Sualzo
fa del sogno il vero protagonista (bilanciandolo sapientemente con una piacevole ironia), ma perché utilizza le
poesie della moglie, Silvia Vecchini, per corredare il suo testo. Del resto per lui solo la famiglia è importante quanto il jazz: come Keith Jarrett, rinato a nuova vita dedica alla moglie “My melody at night, with you”, si può dire che anche per la nascita del Sualzo fumettista si deve ringraziare una donna. Almeno sulla
carta: ed è proprio sulle note di Jarrett che, nell’Improvvisatore, Elia e Giuditta – Silvia Vecchini in panni di inchiostro - si fondono artisticamente.
Partiamo dagli esordi. Com’è nato il Sualzo fumettista?
Il fumetto è una passione che mi accompagna da una vita,mami sono deciso abbastanza tardi a provarci seriamente. A parte una breve parentesi nei primi anni 90 con un gruppo legato alla satira (sono stato uno dei componenti del manipolo di giovani scapestrati allevati dal grande e rimpianto Angese), direi che il Sualzo fumettista nasce nel 2000, proprio in coincidenza al mio trasferimento al lago Trasimeno, che del Sualzo inteso come animale è l’habitat naturale (“Sualzo” nel nostro dialetto lacustre indica l’uccello acquatico “Svasso”).
Quali sono le principali influenze nel tuo lavoro? In campo letterario e cinematografico, per esempio. Le citazioni nel libro ti direbbero lettore onnivoro: da Goethe a Pessoa a Bloch (Arthur, l’autore statunitense famoso per la Legge di Murphy). Mentre al cinema, ne “L’improvvisatore” danno Annie, di Woody Allen…
Sì, credo di essere un lettore onnivoro con una speciale predilezione per la mescolanza tra alto e basso, cosa che cerco sempre di riprodurre anche nelle cose che scrivo. Dal punto di vista fumettistico sono stato folgorato da tutta la “nouvelle vague” francese affacciatasi nel decennio scorso, Dupuy e Berberian in testa; sia dal punto di vista grafico sia per l’approccio alla storia. Profondo e lieve allo stesso tempo, intenso ma capace, quando serve, di non prendersi troppo sul serio. Alto e basso insomma, come piace a me. Le influenze sono comunque moltissime e continue, dalla letteratura, dal cinema, dalla musica, dalla poesia, tutto entra nel mio modo di raccontare le storie.
Per il dizionario Zanichelli “improvvisare” significa “tenere un discorso, comporre versi,musica per immediata ispirazione, senza studio o preparazione”. Questa definizione unisce oratoria, poesia e musica. Dando per assunto che siano arti in cui ci si deve saper destreggiare. Bisogna aggiungervi il fumetto? O la vita in generale?
Ecco, tanto per non prendersi troppo sul serio, mi sentirei di contestare la definizione dello Zanichelli... non è affatto vero che in musica (ma credo anche nelle altre arti) si possa improvvisare senza studio o preparazione. Anzi, l’improvvisazione ti obbliga a studiare moltissimo perchè tu possa essere in grado di scegliere le note da usare e quando, senza invece essere obbligato dai tuoi limiti a ripetere sempre le stesse cose. Pensandola così, credo proprio che si possa estendere questa visione al fumetto e alla vita in generale.
Una delle cose che mi sono piaciute di più del tuo romanzo è che si tratta – nonostante i tentativi iniziali di Elia - di un “elogio della normalità”: una vita semplice, che proprio per questo sottolinea come tutte possano essere ricche. Il tuo protagonista è un eroe del quotidiano. È sufficiente saper improvvisare?
Come dicevo prima, ci vuole una grande preparazione per improvvisare, poi è logico che nel libro c’è il gioco di parole tra questa accezione e quella, più condivisa, di “improvvisare” come quasi brancolare tra cose sconosciute nella speranza di venirne a capo. Il mio “eroe del quotidiano” come lo chiami tu si rende conto che sta oscillando tra questi due aspetti, e si rende conto che crescere un po’, impegnarsi di più, non vuol dire rinunciare all’improvvisazione comemodo di essere ma, al contrario, significa portarla ad un livello superiore e sicuramente più soddisfacente.

Passiamo alla tecnica. Scrivi nel tuo blog: “non so fare le scene notturne. O meglio, non riescomi sembrano sempre o troppo buie o troppo luminose” ma ne “L’improvvisatore” ce ne sono moltissime, che per altro sono state commentate da un lettore francese come un’ottima traduzione dell’ambiente. Erano una sorta di tua esercitazione?
Quella frase era riferita alla mia attività parallela di illustratore acquarellista. Quel mezzo è una costante camminata sul filo, una sfida continua che non ammette errori o ripensamenti. Se non temessi di ripetermi fino alla nausea direi che è la cosa più simile all’improvvisazione così come l’ho descritta sopra. Invece per “L’improvvisatore” ho utilizzato una tecnica di colorazione digitale. Per una serie di motivi che vanno dalla velocità (era il mio primo libro e la paura di “rimanerci sotto” era alta) alla possibilità di essere aiutato da collaboratori, che si riconduce immediatamente al primo motivo. Detto questo è vero che il mio assurdo carattere mi porta a misurarmi quasi esclusivamente con le cose che io ritengo di non sapere fare o di non sapere fare bene. Se c’è un buono psicanalista si faccia avanti, grazie.
Fra le altre cose, realizzi illustrazioni, per le quali – leggo sempre nel tuo blog – hai ormai acquisito una sorta di tecnica, che nel fumetto invece non hai ancora ottenuto: in cosa consiste e perché ti è più difficile per il fumetto?
Per il motivo appena detto. Credo che il fumetto non mi sia così congeniale come l’illustrazione e quindi ci sbatto contro continuamente, come la mosca di Pazienza sulla lampadina. Sento di aver appena cominciato il discorso e la tecnica è in continua mutazione. Mi lascio suggestionare da molte cose e piango lacrime amarissime su quello fatto appena ieri. Trovo soluzioni definitive che durano lo spazio di un mattino. Ricomincio da capo (le prime sei tavole dell’Improvvisatore sono state disegnate 5 volte con tecniche sempre differenti), mi pento,
strepito. Mi diverto molto.
I dialoghi sono perfettamente calibrati, non diluiti in periodi monotoni, non concisi in frasi spezzate. La scelta delle parole è fondamentale sempre. Immagino che lo sia a maggior ragione per un appassionato di poesia. A che punto arrivano i dialoghi nel tuo percorso di lavorazione e come lo influenzano?
La poesia è un punto di riferimento importante nella mia scrittura. Forma e sostanza almassimo livello (la poesia, non la mia scrittura). Quando scrivo, i dialoghi arrivano prima di tutto il resto. Ho già detto altrove che la storia comincia quando comincio a “sentire le voci”. I personaggi mi si presentano solo attraverso la loro voce, e io cerco di lasciarli parlate tra di loro. Solo dopo un po’ comincio ad appuntare i dialoghi, ma solo quelli. Per molto tempo le mie storie sono solo personaggi che si parlano, la drammaturgia, se c’è, scaturisce tutta fuori dalle loro parole e dai loro silenzi.
Nella prima fase anche quando c’è una scena in cui qualche personaggio non parla, non scrivo nulla di quello che fa, scrivo solo che sta zitto.
...L'intervista continua sul numero 11/2010 di Satura e prossimamente su questo blog.
A presto,
Manuela
Buona lettura!
THE MELODY AT NIGHT, WITH YOU:
SUALZO, L'IMPROVVISATORE
di Manuela Capelli
Quanti anni ci vogliono per scrivere un fumetto? O per studiare il sax? E per diventare famosi, avere la propria occasione di lasciare un segno nel mondo? Ma soprattutto: è importante davvero? La storia di Elia
Sabaz, “l’improvvisatore” del titolo, corre su binari paralleli con quella del suo autore, Sualzo, Antonio Vincenti all’anagrafe. Naturalmente perché si tratta di una sorta di autobiografia. Elia fa il maestro di
scuola, è un trentenne scapolo e insoddisfatto, alla disperata ricerca di 10 minuti di gloria in compagnia del suo amato sax. Capitolo dopo capitolo, perché qui il romanzo viene fuori anche nella forma, Elia si
fa seguire con passione nel suo viaggio alla scoperta di qualcosa di più rilevante. Complici un tratto pulito e una scrittura poetica, perché in fondo è questo che Sualzo fa: non solo disegna, ma scrive bene. Come
tutti i veri lettori. E che lui lo sia è chiaro: per le citazioni che antepone a ogni capitolo, per la resa strutturale dei personaggi, per l’accurata scelta delle parole.
È molto francese questa graphic novel, che oltretutto come spesso succede in questo campo è stata pubblicata prima in Francia e poi in Italia: nel tratto, in una certa caratterizzazione dei volti, nelle atmosfere. È anche estremamente cinematografica questa graphic novel: nella resa dei colori innanzitutto, ma anche nella storia, che potrebbe inserirsi nel filone calcato da Sliding doors e The family man. Solo che il gioco qui non è più cosa-sarebbe-successo-se…con cui suddetta filmografia ha già iniziato da anni
ad auto-citarsi. Qui alla domanda si risponde con i fatti invece che con vacue supposizioni che lasciano sempre, in fondo e comunque, un po’ di amaro in bocca.
E la risposta è un sospiro di sollievo. La gloria non è tutto e la vita, se sai improvvisare, può riservare magnifiche sorprese. Come un’e-mail di Gipi – il maestro cui hai lasciato il tuo primo romanzo da leggere - da utilizzare come prefazione, o come il Prix Meilleur scenario nel 2009, il premio per la miglior sceneggiatura del Festi’BD di Moulins e la candidatura per il premio Micheluzzi come miglior fumetto al Comicon di Napoli 2010. È, infine, favolosamente romantica, questa graphic novel. Non solo perché Sualzo
fa del sogno il vero protagonista (bilanciandolo sapientemente con una piacevole ironia), ma perché utilizza le
poesie della moglie, Silvia Vecchini, per corredare il suo testo. Del resto per lui solo la famiglia è importante quanto il jazz: come Keith Jarrett, rinato a nuova vita dedica alla moglie “My melody at night, with you”, si può dire che anche per la nascita del Sualzo fumettista si deve ringraziare una donna. Almeno sulla
carta: ed è proprio sulle note di Jarrett che, nell’Improvvisatore, Elia e Giuditta – Silvia Vecchini in panni di inchiostro - si fondono artisticamente.
Partiamo dagli esordi. Com’è nato il Sualzo fumettista?
Il fumetto è una passione che mi accompagna da una vita,mami sono deciso abbastanza tardi a provarci seriamente. A parte una breve parentesi nei primi anni 90 con un gruppo legato alla satira (sono stato uno dei componenti del manipolo di giovani scapestrati allevati dal grande e rimpianto Angese), direi che il Sualzo fumettista nasce nel 2000, proprio in coincidenza al mio trasferimento al lago Trasimeno, che del Sualzo inteso come animale è l’habitat naturale (“Sualzo” nel nostro dialetto lacustre indica l’uccello acquatico “Svasso”).
Quali sono le principali influenze nel tuo lavoro? In campo letterario e cinematografico, per esempio. Le citazioni nel libro ti direbbero lettore onnivoro: da Goethe a Pessoa a Bloch (Arthur, l’autore statunitense famoso per la Legge di Murphy). Mentre al cinema, ne “L’improvvisatore” danno Annie, di Woody Allen…
Sì, credo di essere un lettore onnivoro con una speciale predilezione per la mescolanza tra alto e basso, cosa che cerco sempre di riprodurre anche nelle cose che scrivo. Dal punto di vista fumettistico sono stato folgorato da tutta la “nouvelle vague” francese affacciatasi nel decennio scorso, Dupuy e Berberian in testa; sia dal punto di vista grafico sia per l’approccio alla storia. Profondo e lieve allo stesso tempo, intenso ma capace, quando serve, di non prendersi troppo sul serio. Alto e basso insomma, come piace a me. Le influenze sono comunque moltissime e continue, dalla letteratura, dal cinema, dalla musica, dalla poesia, tutto entra nel mio modo di raccontare le storie.
Per il dizionario Zanichelli “improvvisare” significa “tenere un discorso, comporre versi,musica per immediata ispirazione, senza studio o preparazione”. Questa definizione unisce oratoria, poesia e musica. Dando per assunto che siano arti in cui ci si deve saper destreggiare. Bisogna aggiungervi il fumetto? O la vita in generale?
Ecco, tanto per non prendersi troppo sul serio, mi sentirei di contestare la definizione dello Zanichelli... non è affatto vero che in musica (ma credo anche nelle altre arti) si possa improvvisare senza studio o preparazione. Anzi, l’improvvisazione ti obbliga a studiare moltissimo perchè tu possa essere in grado di scegliere le note da usare e quando, senza invece essere obbligato dai tuoi limiti a ripetere sempre le stesse cose. Pensandola così, credo proprio che si possa estendere questa visione al fumetto e alla vita in generale.
Una delle cose che mi sono piaciute di più del tuo romanzo è che si tratta – nonostante i tentativi iniziali di Elia - di un “elogio della normalità”: una vita semplice, che proprio per questo sottolinea come tutte possano essere ricche. Il tuo protagonista è un eroe del quotidiano. È sufficiente saper improvvisare?
Come dicevo prima, ci vuole una grande preparazione per improvvisare, poi è logico che nel libro c’è il gioco di parole tra questa accezione e quella, più condivisa, di “improvvisare” come quasi brancolare tra cose sconosciute nella speranza di venirne a capo. Il mio “eroe del quotidiano” come lo chiami tu si rende conto che sta oscillando tra questi due aspetti, e si rende conto che crescere un po’, impegnarsi di più, non vuol dire rinunciare all’improvvisazione comemodo di essere ma, al contrario, significa portarla ad un livello superiore e sicuramente più soddisfacente.

Passiamo alla tecnica. Scrivi nel tuo blog: “non so fare le scene notturne. O meglio, non riescomi sembrano sempre o troppo buie o troppo luminose” ma ne “L’improvvisatore” ce ne sono moltissime, che per altro sono state commentate da un lettore francese come un’ottima traduzione dell’ambiente. Erano una sorta di tua esercitazione?
Quella frase era riferita alla mia attività parallela di illustratore acquarellista. Quel mezzo è una costante camminata sul filo, una sfida continua che non ammette errori o ripensamenti. Se non temessi di ripetermi fino alla nausea direi che è la cosa più simile all’improvvisazione così come l’ho descritta sopra. Invece per “L’improvvisatore” ho utilizzato una tecnica di colorazione digitale. Per una serie di motivi che vanno dalla velocità (era il mio primo libro e la paura di “rimanerci sotto” era alta) alla possibilità di essere aiutato da collaboratori, che si riconduce immediatamente al primo motivo. Detto questo è vero che il mio assurdo carattere mi porta a misurarmi quasi esclusivamente con le cose che io ritengo di non sapere fare o di non sapere fare bene. Se c’è un buono psicanalista si faccia avanti, grazie.
Fra le altre cose, realizzi illustrazioni, per le quali – leggo sempre nel tuo blog – hai ormai acquisito una sorta di tecnica, che nel fumetto invece non hai ancora ottenuto: in cosa consiste e perché ti è più difficile per il fumetto?
Per il motivo appena detto. Credo che il fumetto non mi sia così congeniale come l’illustrazione e quindi ci sbatto contro continuamente, come la mosca di Pazienza sulla lampadina. Sento di aver appena cominciato il discorso e la tecnica è in continua mutazione. Mi lascio suggestionare da molte cose e piango lacrime amarissime su quello fatto appena ieri. Trovo soluzioni definitive che durano lo spazio di un mattino. Ricomincio da capo (le prime sei tavole dell’Improvvisatore sono state disegnate 5 volte con tecniche sempre differenti), mi pento,

strepito. Mi diverto molto.
I dialoghi sono perfettamente calibrati, non diluiti in periodi monotoni, non concisi in frasi spezzate. La scelta delle parole è fondamentale sempre. Immagino che lo sia a maggior ragione per un appassionato di poesia. A che punto arrivano i dialoghi nel tuo percorso di lavorazione e come lo influenzano?
La poesia è un punto di riferimento importante nella mia scrittura. Forma e sostanza almassimo livello (la poesia, non la mia scrittura). Quando scrivo, i dialoghi arrivano prima di tutto il resto. Ho già detto altrove che la storia comincia quando comincio a “sentire le voci”. I personaggi mi si presentano solo attraverso la loro voce, e io cerco di lasciarli parlate tra di loro. Solo dopo un po’ comincio ad appuntare i dialoghi, ma solo quelli. Per molto tempo le mie storie sono solo personaggi che si parlano, la drammaturgia, se c’è, scaturisce tutta fuori dalle loro parole e dai loro silenzi.
Nella prima fase anche quando c’è una scena in cui qualche personaggio non parla, non scrivo nulla di quello che fa, scrivo solo che sta zitto.
...L'intervista continua sul numero 11/2010 di Satura e prossimamente su questo blog.
A presto,
Manuela
sabato 16 ottobre 2010
Sfogliando... Made in India
Avete figli, nipotini, qualcuno con cui giocare?
Perché è finalmente uscito MADE IN INDIA, il libro edito dalla Sagep che vi illustrerà come far divertire
i vostri piccoli con alcuni simpatici lavoretti a base di carta, colori... e fantasia!
Gli stessi lavoretti che l'autrice, Elisa Rosa, ha realizzato insieme ai bambini della Cathedral Free Primary School di Chennai, durante gli anni trascorsi con la sua famiglia nell'India del sud.
Un'esperienza che ha dato molto: a Elisa e ai bambini, e che adesso ha la possibilità di proseguire con questo libro, perché i proventi verranno interamente devoluti alla scuola (http://thechildrenofcathedral.blog.fr/).
Made in India, di Elisa Rosa, Ed. Sagep (2010) - 64 pagine, 15 €
domenica 10 ottobre 2010
Screen/ing - Departures
La storia di Daigo, violoncellista disoccupato che torna al suo paese d'origine per cercare un nuovo lavoro e ritrova se stesso facendo i conti col passato.
In tre parole, la trama di Departures - premio Oscar come miglior film straniero nel 2008 - si potrebbe riassumere così, ma in realtà la bellezza di questo film risiede proprio nell'inusuale rappresentazione di questo classico rito di passaggio che è la ricerca di sé.
Il nuovo lavoro di Daigo in un'agenzia funebre, infatti, sottolinea - in modo assolutamente piacevole visto il tema - l'importanza di una partenza serena: per chi muore, per chi resta, per chi deve ricostruirsi una vita.
E lo fa attraverso la sacra rappresentazione della tradizione giapponese dell'ultimo saluto ai defunti, un rituale composto ed elegante come solo i giapponesi sanno essere, che non fa ricorso né al macabro né all'ironia spesso utilizzati per affrontare questo tema.
Un film poetico e per nulla scontato: insomma, imperdibile.
E visto che sono in tema di "neo"classici, a chi non li avesse ancora letti consiglio di correre a tuffarsi fra le pagine di Pastorale americana (P. Roth, Einaudi) e La versione di Barney (M. Richler, Adelphi).
In tre parole, la trama di Departures - premio Oscar come miglior film straniero nel 2008 - si potrebbe riassumere così, ma in realtà la bellezza di questo film risiede proprio nell'inusuale rappresentazione di questo classico rito di passaggio che è la ricerca di sé.
Il nuovo lavoro di Daigo in un'agenzia funebre, infatti, sottolinea - in modo assolutamente piacevole visto il tema - l'importanza di una partenza serena: per chi muore, per chi resta, per chi deve ricostruirsi una vita.
E lo fa attraverso la sacra rappresentazione della tradizione giapponese dell'ultimo saluto ai defunti, un rituale composto ed elegante come solo i giapponesi sanno essere, che non fa ricorso né al macabro né all'ironia spesso utilizzati per affrontare questo tema.
Un film poetico e per nulla scontato: insomma, imperdibile.
E visto che sono in tema di "neo"classici, a chi non li avesse ancora letti consiglio di correre a tuffarsi fra le pagine di Pastorale americana (P. Roth, Einaudi) e La versione di Barney (M. Richler, Adelphi).
domenica 1 agosto 2010
In vacanza con... L’improvvisatore di Sualzo
In vacanza i pensieri prendono il volo. La mente – più libera - inizia a giocare con le proprie idee, le proprie aspettative, fantasticando di metterle in atto seriamente non appena le foglie ricominceranno a coprire l’asfalto. Per questo in vacanza il compagno ideale è un amico che, come noi, ami sognare ad occhi aperti: per questo, il compagno ideale è “L’improvvisatore” di Sualzo, storia semi-autobiografica di un uomo e di un sogno. Elia vorrebbe diventare un famoso suonatore di jazz, ma chissà se questa è anche la vita che il destino vorrebbe per lui… forse no, ma l’importante è saper improvvisare.
Un libro incantevole (come già fa intuire il trailer... ), cui non basta il poco tempo, fatto a volte di soli minuti, che gli si può concedere d’inverno prima di andare a dormire, o sul treno andando al lavoro o ancora, in una frettolosa pausa pranzo: perché non è questo il tempo che si concederebbe a una poesia. E questa graphic novel, che fa ridere e commuovere al contempo, merita di essere letta con la stessa concentrazione di un’opera in versi.
Al Festival di Lucca, l’anno scorso, Sualzo autografava le copie del suo romanzo insieme a suo figlio. È lì che ho iniziato a pensare di intervistarlo per la rivista con cui collaboro e un mese fa è successo. Gli ho chiesto ad esempio…
… Quali sono le principali influenze nel tuo lavoro? In campo letterario e cinematografico, per esempio. Le citazioni nel libro ti direbbero lettore onnivoro: da Goethe a Pessoa a Bloch (Arthur, l’autore statunitense famoso per la Legge di Murphy). Mentre al cinema, ne “L’improvvisatore” danno Annie di Woody Allen…
… Per il dizionario Zanichelli “improvvisare” significa “tenere un discorso, comporre versi, musica per immediata ispirazione, senza studio o preparazione”. Questa definizione unisce oratoria, poesia e musica. Dando per assunto che siano arti in cui ci si deve saper destreggiare. Bisogna aggiungervi il fumetto? O la vita in generale?
Per sapere cosa mi ha risposto a queste e alle altre domande dovrete aspettare la fine di settembre.
Nel frattempo, non perdetevi “L’improvvisatore” (Sualzo, 2009, Ed. Rizzoli Lizard).
"Questo post partecipa al contest di Rizzoli Lizard - Il Fumetto da portare in Vacanza".
lunedì 12 luglio 2010
L'intervista - VANNA VINCI
RITI DI PASSAGGIO: IL MONDO A BIVI DI VANNA VINCI
di Manuela Capelli
“Riti di passaggio” è un libro di William Golding che ho letto all’epoca dell’Università, ed è il titolo che mi è venuto subito in mente per descrivere il complesso universo di storie di Vanna Vinci, autrice di fumetti dalla
carriera ventennale. Sia perché ricalcare il titolo di un’opera famosa per le graphic novel è una delle peculiarità di Vanna, sia perché ogni sua opera narrativa è ambientata durante uno di questi riti che l’antropologia definisce come gli inevitabili cambiamenti della vita di ognuno, quelle tappe fondamentali che permettono di crescere. È in quest’ottica che si leggono le storie di Vanna e delle sue protagoniste, giovani donne – confuse e infelici – che si trovano ad affrontare momenti di transizione sia mentali che fisici. Come l’autrice, infatti, cagliaritana di nascita ma bolognese d’adozione, le varie Aida, Agnese, Rosa, Gilla si spostano dalla propria città natale verso nuove mete che le accoglieranno per motivi di studio o di cuore. Perché quello che Vanna vuole indagare è l’animo umano. E, in particolare, tutti quei dubbi da cui si viene spesso assaliti, a volte schiacciati, a volte spronati. Come nella sua ultima opera, “Gatti neri Cani Bianchi” in cui Gilla, trasferitasi a Parigi per scoprire se nuovi studi, nuove persone o una nuova città potranno dare un senso alla sua vita, riuscirà a fare il punto su se stessa – e neanche poi completamente - solo grazie all’incontro di tre fantasmi. Non sono sufficienti le persone vive, reali, concrete, a indicarci la via? No, pare essere la risposta. Le strade da intraprendere nascono dentro noi stessi, magari aiutati da figure che solo la nostra mente è capace – o crede – di vedere. Al punto che i fantasmi compaiono come presenza ricorrente, così come fanno fugaci comparse i vampiri – in “L’altra parte”, dove una giovane umana e un diafano vampiro cercano il lato diverso da sé - e l’alchimia. Vanna ama il buio, quindi, l’oscuro, reso anche graficamente da un potente alternarsi di bianco e nero. Ma Vanna ama anche la luce. Svelando una doppia personalità: di notte (o forse di giorno) profonda e malinconica, di giorno (o forse di notte) ironica e mordace. Entrambe, comunque, filosofiche come la “Bambina” che le ha dato gli onori della fama.
“Nata casualmente su un tovagliolino in un pub del dopocena”, la Bambina filosofica inizia ad aggirarsi
dapprima fra le pagine di Mondo Naif (la rivista d’autore di Kappa Edizioni) per poi spiccare il volo, e ampliare la parlantina, su volumi tutti suoi. Laddove infatti le sue prime parole ricalcavano famose citazioni di personaggi del calibro di Totò e Karl Kraus, nelle sue strisce più celebri la Bambina si mostra appieno, rivelandosi effettivamente pessimista, ma anche tanto scorbutica (“E se prendessimo in considerazione l’idea di un precettore?” pur di non vedere i compagni di scuola) quanto fashion victim (non faccio un passo senza un paio di sandali di Gucci). Due aspetti, il buio e la luce, dicevamo diametralmente opposti. Due aspetti che, come tutti gli opposti, fusi creano un unicum estremamente interessante. Come insegna il Giappone (e Vanna Vinci cura l’editing di “One Piece”, il manga di EiichiroOda pubblicato in Italia da Star Comics).O come l’unione dei due stili che hanno caratterizzato la sua formazione artistica: un ibrido di manga e Pratt (“avevo letto le storie brevi di Corto Maltese... mi avevano talmente impressionato che ho passato un anno solo a copiare le facce dei personaggi, per imparare come erano fatte”, leggo in un’intervista).
Senza Corto Maltese, oggi non ci sarebbe Vanna Vinci. Ma neanche senza gli occhioni squadrati di Lady Oscar. Due muse – cui si possono aggiungere anche Ronald Searle “il disegnatore che preferisce in assoluto”, Crepax e Battaglia – che conferiscono quel tratto fra il nipponico e l’italiano che è il suo segno distintivo, sempre puro e pulito, costituto da “almeno due o tre linee sovrapposte. Il tratto, anche se cambia, secondo me all’origine è sempre lo stesso, graffiato e indurito emultiplo”. Un tratto che, ovviamente, con il tempo subisce delle variazioni, cresce insieme alla sua mano, dando vita, sull’impulso del momento e mai in modo programmatico, a scene zeppe di oggetti prima, poi a vignette spoglie e poi ancora su sfondi pieni e ricchi. Ricchi come il mondo interiore che mira a rappresentare.
Partiamo dalla fine. Nel tuo ultimo romanzo la protagonista afferma: “Sradicata, persa.. ecco come mi sento…”. La protagonista è, di nuovo, una ragazza al bivio. È davvero solo una condizione tipica della giovinezza? O non si smette mai di sentirsi in un bivio?
Non lo so... Ma spero che non si smetta mai di nutrire dubbi e sentirsi imperfetti. Certo credo che in una condizione di passaggio da una fase adolescenziale e quella adulta, questa sensazione sia più evidente, più espressa. Nel caso di Cicci, che ha varato i sessanta, la sensazione presumo sia uguale, anzi, di maggiore sconcerto... Ma in sessant’anni lei avrà imparato a fare almeno in parte, finta di nulla, a non dare a vedere di essere spaventata... In ogni caso mi interessano i riti di passaggio e i personaggi che attraversano queste fasi. Mi piace aspettarmi qualcosa di inconsueto e irrazionale da parte dei personaggi, che facciano qualcosa che non farebbero in una condizione normale o stabile.
Sempre in “Gatti neri, cani bianchi”, si leggono sia le parole di Beckett (tratte da “L’ultimo nastro di Krapp”): “Forse i miei anni migliori sono finiti. (…) Ma no, non li rivorrei indietro” sia la frase (da un 50enne, ndr): “e sai qual è la cosa più assurda? È che se non ti guardi allo specchio, ti senti ancora come quando avevi vent’anni”. Tu in quale ti identifichi di più?
In nessuna delle due. Senz’altro non mi sento come quando avevo vent’anni, né mi vedo così, né sono così... Ma nemmeno credo che i miei anni migliori siano finiti. Mi sento cresciuta, ma in movimento, in sviluppo... Come un bruco... Mi spunteranno alla fine le ali? E nel caso... Riuscirò a farle stare sotto
le giacche e i cappotti? Sarò farfalla, falena, mosca, zanzara, ape, vespa, gabbiano, piccione o pterodattilo? O gallina?
Dici che “scrivi sempre la stessa storia”: i tuoi romanzi, la tua fantasia sono rivolti piuttosto verso un passato sfumato nei toni del blu, inteso - all’inglese - come malinconia, che verso un futuro potenzialmente roseo?
Sì, ho scritto diverse volte la stessa storia, come molti prima di me… cambiandola, potenziandola, definendola. Ma i miei romanzi parlano sempre del presente, di un lasso di tempo ridotto, di momenti, al
limite delle influenze che il passato può avere sul presente…ma mai del futuro…
Prima di tutto perché io non penso e non ho mai pensato al futuro... Non ci riesco e non ci credo nemmeno... Non ho idea di quello che potrebbe arrivare o succedere... è roba per chiromanti o preveggenti. Se devo mettermi a pensare al futuro, mi leggo i tarocchi, o l’Oracle Belline. Fondamentalmente mi interessa solo il presente, o un futuro molto prossimo, parlo di giorni o settimane... Il passato è una cosa interessante, si può analizzare da diecimila punti di vista e molti episodi, o sensazioni salgono alla superficie molto tempo dopo. È come un baule pieno di roba, e frugarci non è poi tanto male...Del resto il passato è quello che siamo e siamo stati e produce effetti sul presente. Sì, a volte posso sentire della malinconia, ma è una condizione che fa parte del mio dna, è qualcosa di familiare, che conosco...Ma è qualcosa in cui evito di infangarmi.
Quale dei tuoi romanzi metteresti sul podio in un’ipotetica graduatoria? Quale pensi rifletta al meglio le tue doti di narratrice e quale quelle di disegnatrice?
Non so rispondere. Sono tutti “pezzi ‘e core”… L’ultimo è sempre quello che mi pare più evoluto e complesso. Posso dire senz’altro però che Aida al confine è stato un crinale, un punto di maturazione e di passaggio.
I tuoi titoli sono sempre evocativi (Guarda che luna, Doppio sogno, ndr). Anche quest’ultimo è un riferimento a qualche opera in particolare? E da cosa deriva la scelta di instaurare questo gioco con il lettore? Agganciarlo con qualcosa che il suo inconscio riconosce?
La verità è che io sono una vera schiappa coi titoli. Spesso li ho ripresi da opere o da canzoni che mi piacevano. “Gatti neri cani bianchi” è legato alla storia, e anche a un’idea strettamente personale. Io sono
assolutamente scettica e non ho mai visto un fantasma o un’apparizione spettrale, però, a pensarci, se dovessi vedere qualcosa di trascendente e immateriale, credo che si paleserebbe come un gatto nero e
peloso, forse anche un po’ vecchio e spelacchiato o un cane bianco tipo spinone che passa veloce vicino al pavimento andandosene per i fatti suoi... Da qui il titolo. È un po’misterioso, ma del resto i fantasmi lo sono, no?
Vanna Vinci e la città: sembri avere un rapporto privilegiato, nei tuoi romanzi, con l’ambiente urbano. Cosa rappresenta per te? Semplicemente il tuo mondo o anche, secondo te, il maggior crocevia di vite – e di storie - possibile?
Io sono affascinata dalle città, dai paesi, dai villaggi, dagli agglomerati urbani…dal paesaggio prodotto dall’uomo. Sono urbana anche come indole. Non amo molto la campagna…per carità, mi piace, ma la città
è il posto che preferisco. La amo e mi fa paura. Mi ci muovo come se fossi trasparente. Camminare in mezzo alla gente mi fa entrare in contatto con me stessa. Sentirmi sola in mezzo alla gente, nel bene e nel male, è sempre importante per me. È come sentirmi viva anche se nessuno mi conosce. E poi le città sono spesso piene di strati: storici, architettonici, umani, letterari, psicologici… Nella città, nella casa, nel villaggio c’è tutto.Mi piace camminare per le città, e nonmi va di farlo in campagna o montagna. Mi piacciono le foto delle città, gli interni dei cortili, delle case, i negozi, le periferie, anche l’abbandono… mi piace l’umano... Ecco… se devo pensare a qualcosa chemi affascina in un certo qualmodo come l’umano, ma in modo piùmisterioso e remoto…è la terra, la roccia, e il mare. Stare a contatto col granito o la sabbia, vicino a quella enorme massa d’acqua piena di roba, è un’esperienza molto importante per me. Ma sono sarda…
Fantasmi e alchimia: due elementi ricorrenti. Che si inseriscono tra l’altro nella moderna rappresentazione del quotidiano tipica delle tue storie in modo quasi contrastante. Cosa ti affascina dell’occulto?
Devo dire che pur non credendo in niente di occulto, la faccenda mi ha sempre interessato, mi incuriosisce. Ho raccolto un sacco di materiale nel corso degli anni, sempre pensando di usarlo per delle storie. Di fatto, come ho detto, fantasmi non ne ho mai visto. È chiaro che, come tutti gli scettici, ho fifa in certe occasioni.
Ma anche la mente ha parti occulte… Di fatto i fantasmi mi servivano e mi servono, nelle storie, per saltare le generazioni. Far incontrare personaggi vivi con personaggi morti realisticamente sarebbe impossibile da attuare senza l’uso del fantasma o dell’immortalità. Poi, visto che in fin dei conti sono attaccata a terra, i miei fantasmi o i miei immortali sono esseri umani consistenti e materiali come i vivi, ammesso che i vivi lo siano… insomma tra fantasmi o immortali e vivi non ci sono grandi differenze nelle mie storie… Semplicemente i fantasmi, i vampiri o gli immortali hanno qualche segreto in più… Per quanto riguarda l’alchimia, be’, è un tema interessante, l’eterna giovinezza, l’eliminazione delle malattie e della morte… È un tema molto “umano”. È l’unico vero mistero di cui siamo effettivamente a conoscenza e per il quale non abbiamo trovato il rimedio o la spiegazione…L’alchimia è questo, definitivamente…
Non si contano i riferimenti in “Gatti neri, Cani bianchi”: musicali, letterari, architettonici, di moda. Quali influenze trovi imprescindibili nel tuo lavoro?
Mah…io sono un’ossessiva. E poi mi piace cercare…Se inizio una storia cerco tutto il materiale che posso trovare, se posso vado sul posto, se ci sono testi li leggo… Voglio essere completamente immersa
nel brodo dei miei personaggi. Per la musica, poi… la ascolto mentre disegno. A volte rientra nelle pagine da sola, casualmente, perché magari in quel momento, mentre disegno, sto ascoltando quella canzone. Oppure la canzone è un trucco per definire l’atmosfera, per caricarla, per dare un altro dettaglio al lettore. Altre volte è uno scherzo, una componente ironica, oppure un commento alla vignetta o alla sequenza.
Ho letto in qualche intervista che hai la tendenza a non buttare mai via niente e a raccogliere oggetti “come le bestioline del sottobosco che ficcano nelle loro tane di tutto”. La descrizione particolareggiata che fai degli ambienti ne è una conseguenza?
Chissà, è probabile… non ci avevo pensato… Di sicuro ho l’horror vaqui e sono disordinatissima e dedita all’accumulo… però che questa caratteristica, chiamiamola difetto, si ripercuota sui miei disegni… be’, mi sembra interessante e possibile. Ci rifletterò.
Il linguaggio, la scelta delle parole, a che punto entrano in scena, fra le fasi di realizzazione?
Soprattutto visto che sul tuo sito affermi di non scrivere una vera e propria sceneggiatura. Quanto ritieni importante questo aspetto?
L’iter di lavorazione è questo: mi viene l’idea, che di solito è un momento, un fatto, un’atmosfera, poi scrivo una scaletta che correggo e metto a punto, tenendo conto delle pagine che ho a disposizione. Poi scrivo questo lungo trattamento che è un misto di descrizioni di azioni, atmosfere e luoghi e di dialoghi. Qui entrano in gioco le parole. Qui mi occupo di come parlano i personaggi. A volte, spesso, quando comincio a disegnare, il dialogo viene frammentato (ho orrore dei balloon molto pieni o troppo grandi), e spesso trasformato o tagliato o allungato. I dialoghi sono azioni, sono fondamentali quanto le sequenze… Le parole sono discriminanti. Le parole chiariscono, attaccano, obnubilano, disperdono… Correggo le parole fino all’ultimo…
Lasciamo un attimo la parte testuale e passiamo ad altri linguaggi: tu che il computer, leggo, lo usi “solo per scrivere le storie e le mail” in che punto ti poni nella linea tra pittura e fumetto?
Ah…io mi pongo sul fumetto. Non ho mai fatto pittura. Io mi occupo di sequenze. Di racconti disegnati in sequenza, fatti per essere stampati. L’originale è irrilevante. Non me lo immagino incorniciato.
Vanna e il Giappone: che rapporto c’è? Va oltre la pura contaminazione grafica? Il Paese apparentemente tanto formale ma anche estremamente passionale influenza le tue storie? Ovvero, l’ispirazione è anche culturale?
Io sono della generazione che ha visto Goldrake alla scuole medie. Non posso negare l’influenza che il Giappone ha avuto sui miei fumetti e su di me. Ma, a pensarci adesso, credo che quello che ha avuto
più influenza reale, e non solo di fascinazione, sono stati Pratt, Crepax, Searle, Battaglia, Schulz, Salinger, Bernhard… l’Occidente insomma… Poi non posso negare che il cartone animato di Lady Oscar, o alcuni Shojo Manga un po’ vecchi e l’impaginazione libera siano stati per me fondamentali… ma il Giappone
è davvero molto molto lontano… È una cultura complicata e lontanissima. Di cui non so poi molto.
Per concludere, vorrei sapere: qual è la vera personalità di Vanna Vinci? O, per dirla in altri termini, quando viene fuori l’autrice satirica e quando la narratrice malinconica? Si sovrappongono quotidianamente o vengono alimentate da particolari momenti di vita?
Oddio, io non so definire la personalità di Vanna Vinci. I due aspetti si sovrappongono, sono entrambi veri, cioè a tratti autobiografici. Come tutti, a volte sono di umore negro…altre volte sono umoristica, altre sardonica…La vita, gli eventi c’entrano sì e no… Se posso dire una cosa personale: la bambina filosofica è un’autobiografia. Le altre storie pure… Non saprei quale delle due sia quella seria…Certo… la bambina mi assomiglia parecchio…

CENNI DI BIOGRAFIA
Esordisce nel mondo del fumetto nel 1990. Sulla rivista Nova Express pubblica L'altra parte e Doppio sogno. Realizza con Giovanni Mattioli, Guarda che luna, Una casa a Venezia e L'età selvaggia,
vincitore del Premio Romics 2001 come miglior libro di scuola europea.
Pubblica i romanzi a fumetti Ombre, Lillian Browne, Viaggio sentimentale, Aida, Sophia la ragazza aurea e Sophia nella Parigi ermetica e Gatti neri cani bianchi. Come autrice satirica ha realizzato
tre volumi de La Bambina Filosofica.
I suoi libri a fumetti escono in Italia per Kappa edizioni e in Francia per Dargaud. Come illustratrice per ragazzi ha collaborato con Fabbri e Battello a Vapore, fra gli altri. Nel 1999 ha vinto il Premio Yellow Kid come miglior disegnatore italiano e nel 2005 il Gran Guinigi di Lucca Comics come miglior disegnatore.
Tutte le immagini sono di esclusiva proprietà di Vanna Vinci.
L'intervista è uscita sul numero 2/2010 di Satura
di Manuela Capelli
“Riti di passaggio” è un libro di William Golding che ho letto all’epoca dell’Università, ed è il titolo che mi è venuto subito in mente per descrivere il complesso universo di storie di Vanna Vinci, autrice di fumetti dalla
carriera ventennale. Sia perché ricalcare il titolo di un’opera famosa per le graphic novel è una delle peculiarità di Vanna, sia perché ogni sua opera narrativa è ambientata durante uno di questi riti che l’antropologia definisce come gli inevitabili cambiamenti della vita di ognuno, quelle tappe fondamentali che permettono di crescere. È in quest’ottica che si leggono le storie di Vanna e delle sue protagoniste, giovani donne – confuse e infelici – che si trovano ad affrontare momenti di transizione sia mentali che fisici. Come l’autrice, infatti, cagliaritana di nascita ma bolognese d’adozione, le varie Aida, Agnese, Rosa, Gilla si spostano dalla propria città natale verso nuove mete che le accoglieranno per motivi di studio o di cuore. Perché quello che Vanna vuole indagare è l’animo umano. E, in particolare, tutti quei dubbi da cui si viene spesso assaliti, a volte schiacciati, a volte spronati. Come nella sua ultima opera, “Gatti neri Cani Bianchi” in cui Gilla, trasferitasi a Parigi per scoprire se nuovi studi, nuove persone o una nuova città potranno dare un senso alla sua vita, riuscirà a fare il punto su se stessa – e neanche poi completamente - solo grazie all’incontro di tre fantasmi. Non sono sufficienti le persone vive, reali, concrete, a indicarci la via? No, pare essere la risposta. Le strade da intraprendere nascono dentro noi stessi, magari aiutati da figure che solo la nostra mente è capace – o crede – di vedere. Al punto che i fantasmi compaiono come presenza ricorrente, così come fanno fugaci comparse i vampiri – in “L’altra parte”, dove una giovane umana e un diafano vampiro cercano il lato diverso da sé - e l’alchimia. Vanna ama il buio, quindi, l’oscuro, reso anche graficamente da un potente alternarsi di bianco e nero. Ma Vanna ama anche la luce. Svelando una doppia personalità: di notte (o forse di giorno) profonda e malinconica, di giorno (o forse di notte) ironica e mordace. Entrambe, comunque, filosofiche come la “Bambina” che le ha dato gli onori della fama.
“Nata casualmente su un tovagliolino in un pub del dopocena”, la Bambina filosofica inizia ad aggirarsi
dapprima fra le pagine di Mondo Naif (la rivista d’autore di Kappa Edizioni) per poi spiccare il volo, e ampliare la parlantina, su volumi tutti suoi. Laddove infatti le sue prime parole ricalcavano famose citazioni di personaggi del calibro di Totò e Karl Kraus, nelle sue strisce più celebri la Bambina si mostra appieno, rivelandosi effettivamente pessimista, ma anche tanto scorbutica (“E se prendessimo in considerazione l’idea di un precettore?” pur di non vedere i compagni di scuola) quanto fashion victim (non faccio un passo senza un paio di sandali di Gucci). Due aspetti, il buio e la luce, dicevamo diametralmente opposti. Due aspetti che, come tutti gli opposti, fusi creano un unicum estremamente interessante. Come insegna il Giappone (e Vanna Vinci cura l’editing di “One Piece”, il manga di EiichiroOda pubblicato in Italia da Star Comics).O come l’unione dei due stili che hanno caratterizzato la sua formazione artistica: un ibrido di manga e Pratt (“avevo letto le storie brevi di Corto Maltese... mi avevano talmente impressionato che ho passato un anno solo a copiare le facce dei personaggi, per imparare come erano fatte”, leggo in un’intervista).
Senza Corto Maltese, oggi non ci sarebbe Vanna Vinci. Ma neanche senza gli occhioni squadrati di Lady Oscar. Due muse – cui si possono aggiungere anche Ronald Searle “il disegnatore che preferisce in assoluto”, Crepax e Battaglia – che conferiscono quel tratto fra il nipponico e l’italiano che è il suo segno distintivo, sempre puro e pulito, costituto da “almeno due o tre linee sovrapposte. Il tratto, anche se cambia, secondo me all’origine è sempre lo stesso, graffiato e indurito emultiplo”. Un tratto che, ovviamente, con il tempo subisce delle variazioni, cresce insieme alla sua mano, dando vita, sull’impulso del momento e mai in modo programmatico, a scene zeppe di oggetti prima, poi a vignette spoglie e poi ancora su sfondi pieni e ricchi. Ricchi come il mondo interiore che mira a rappresentare.
Partiamo dalla fine. Nel tuo ultimo romanzo la protagonista afferma: “Sradicata, persa.. ecco come mi sento…”. La protagonista è, di nuovo, una ragazza al bivio. È davvero solo una condizione tipica della giovinezza? O non si smette mai di sentirsi in un bivio?
Non lo so... Ma spero che non si smetta mai di nutrire dubbi e sentirsi imperfetti. Certo credo che in una condizione di passaggio da una fase adolescenziale e quella adulta, questa sensazione sia più evidente, più espressa. Nel caso di Cicci, che ha varato i sessanta, la sensazione presumo sia uguale, anzi, di maggiore sconcerto... Ma in sessant’anni lei avrà imparato a fare almeno in parte, finta di nulla, a non dare a vedere di essere spaventata... In ogni caso mi interessano i riti di passaggio e i personaggi che attraversano queste fasi. Mi piace aspettarmi qualcosa di inconsueto e irrazionale da parte dei personaggi, che facciano qualcosa che non farebbero in una condizione normale o stabile.
Sempre in “Gatti neri, cani bianchi”, si leggono sia le parole di Beckett (tratte da “L’ultimo nastro di Krapp”): “Forse i miei anni migliori sono finiti. (…) Ma no, non li rivorrei indietro” sia la frase (da un 50enne, ndr): “e sai qual è la cosa più assurda? È che se non ti guardi allo specchio, ti senti ancora come quando avevi vent’anni”. Tu in quale ti identifichi di più?
In nessuna delle due. Senz’altro non mi sento come quando avevo vent’anni, né mi vedo così, né sono così... Ma nemmeno credo che i miei anni migliori siano finiti. Mi sento cresciuta, ma in movimento, in sviluppo... Come un bruco... Mi spunteranno alla fine le ali? E nel caso... Riuscirò a farle stare sotto
le giacche e i cappotti? Sarò farfalla, falena, mosca, zanzara, ape, vespa, gabbiano, piccione o pterodattilo? O gallina?
Dici che “scrivi sempre la stessa storia”: i tuoi romanzi, la tua fantasia sono rivolti piuttosto verso un passato sfumato nei toni del blu, inteso - all’inglese - come malinconia, che verso un futuro potenzialmente roseo?
Sì, ho scritto diverse volte la stessa storia, come molti prima di me… cambiandola, potenziandola, definendola. Ma i miei romanzi parlano sempre del presente, di un lasso di tempo ridotto, di momenti, al
limite delle influenze che il passato può avere sul presente…ma mai del futuro…
Prima di tutto perché io non penso e non ho mai pensato al futuro... Non ci riesco e non ci credo nemmeno... Non ho idea di quello che potrebbe arrivare o succedere... è roba per chiromanti o preveggenti. Se devo mettermi a pensare al futuro, mi leggo i tarocchi, o l’Oracle Belline. Fondamentalmente mi interessa solo il presente, o un futuro molto prossimo, parlo di giorni o settimane... Il passato è una cosa interessante, si può analizzare da diecimila punti di vista e molti episodi, o sensazioni salgono alla superficie molto tempo dopo. È come un baule pieno di roba, e frugarci non è poi tanto male...Del resto il passato è quello che siamo e siamo stati e produce effetti sul presente. Sì, a volte posso sentire della malinconia, ma è una condizione che fa parte del mio dna, è qualcosa di familiare, che conosco...Ma è qualcosa in cui evito di infangarmi.
Quale dei tuoi romanzi metteresti sul podio in un’ipotetica graduatoria? Quale pensi rifletta al meglio le tue doti di narratrice e quale quelle di disegnatrice?
Non so rispondere. Sono tutti “pezzi ‘e core”… L’ultimo è sempre quello che mi pare più evoluto e complesso. Posso dire senz’altro però che Aida al confine è stato un crinale, un punto di maturazione e di passaggio.
I tuoi titoli sono sempre evocativi (Guarda che luna, Doppio sogno, ndr). Anche quest’ultimo è un riferimento a qualche opera in particolare? E da cosa deriva la scelta di instaurare questo gioco con il lettore? Agganciarlo con qualcosa che il suo inconscio riconosce?
La verità è che io sono una vera schiappa coi titoli. Spesso li ho ripresi da opere o da canzoni che mi piacevano. “Gatti neri cani bianchi” è legato alla storia, e anche a un’idea strettamente personale. Io sono
assolutamente scettica e non ho mai visto un fantasma o un’apparizione spettrale, però, a pensarci, se dovessi vedere qualcosa di trascendente e immateriale, credo che si paleserebbe come un gatto nero e
peloso, forse anche un po’ vecchio e spelacchiato o un cane bianco tipo spinone che passa veloce vicino al pavimento andandosene per i fatti suoi... Da qui il titolo. È un po’misterioso, ma del resto i fantasmi lo sono, no?
Vanna Vinci e la città: sembri avere un rapporto privilegiato, nei tuoi romanzi, con l’ambiente urbano. Cosa rappresenta per te? Semplicemente il tuo mondo o anche, secondo te, il maggior crocevia di vite – e di storie - possibile?
Io sono affascinata dalle città, dai paesi, dai villaggi, dagli agglomerati urbani…dal paesaggio prodotto dall’uomo. Sono urbana anche come indole. Non amo molto la campagna…per carità, mi piace, ma la città
è il posto che preferisco. La amo e mi fa paura. Mi ci muovo come se fossi trasparente. Camminare in mezzo alla gente mi fa entrare in contatto con me stessa. Sentirmi sola in mezzo alla gente, nel bene e nel male, è sempre importante per me. È come sentirmi viva anche se nessuno mi conosce. E poi le città sono spesso piene di strati: storici, architettonici, umani, letterari, psicologici… Nella città, nella casa, nel villaggio c’è tutto.Mi piace camminare per le città, e nonmi va di farlo in campagna o montagna. Mi piacciono le foto delle città, gli interni dei cortili, delle case, i negozi, le periferie, anche l’abbandono… mi piace l’umano... Ecco… se devo pensare a qualcosa chemi affascina in un certo qualmodo come l’umano, ma in modo piùmisterioso e remoto…è la terra, la roccia, e il mare. Stare a contatto col granito o la sabbia, vicino a quella enorme massa d’acqua piena di roba, è un’esperienza molto importante per me. Ma sono sarda…
Fantasmi e alchimia: due elementi ricorrenti. Che si inseriscono tra l’altro nella moderna rappresentazione del quotidiano tipica delle tue storie in modo quasi contrastante. Cosa ti affascina dell’occulto?
Devo dire che pur non credendo in niente di occulto, la faccenda mi ha sempre interessato, mi incuriosisce. Ho raccolto un sacco di materiale nel corso degli anni, sempre pensando di usarlo per delle storie. Di fatto, come ho detto, fantasmi non ne ho mai visto. È chiaro che, come tutti gli scettici, ho fifa in certe occasioni.
Ma anche la mente ha parti occulte… Di fatto i fantasmi mi servivano e mi servono, nelle storie, per saltare le generazioni. Far incontrare personaggi vivi con personaggi morti realisticamente sarebbe impossibile da attuare senza l’uso del fantasma o dell’immortalità. Poi, visto che in fin dei conti sono attaccata a terra, i miei fantasmi o i miei immortali sono esseri umani consistenti e materiali come i vivi, ammesso che i vivi lo siano… insomma tra fantasmi o immortali e vivi non ci sono grandi differenze nelle mie storie… Semplicemente i fantasmi, i vampiri o gli immortali hanno qualche segreto in più… Per quanto riguarda l’alchimia, be’, è un tema interessante, l’eterna giovinezza, l’eliminazione delle malattie e della morte… È un tema molto “umano”. È l’unico vero mistero di cui siamo effettivamente a conoscenza e per il quale non abbiamo trovato il rimedio o la spiegazione…L’alchimia è questo, definitivamente…
Non si contano i riferimenti in “Gatti neri, Cani bianchi”: musicali, letterari, architettonici, di moda. Quali influenze trovi imprescindibili nel tuo lavoro?
Mah…io sono un’ossessiva. E poi mi piace cercare…Se inizio una storia cerco tutto il materiale che posso trovare, se posso vado sul posto, se ci sono testi li leggo… Voglio essere completamente immersa
nel brodo dei miei personaggi. Per la musica, poi… la ascolto mentre disegno. A volte rientra nelle pagine da sola, casualmente, perché magari in quel momento, mentre disegno, sto ascoltando quella canzone. Oppure la canzone è un trucco per definire l’atmosfera, per caricarla, per dare un altro dettaglio al lettore. Altre volte è uno scherzo, una componente ironica, oppure un commento alla vignetta o alla sequenza.
Ho letto in qualche intervista che hai la tendenza a non buttare mai via niente e a raccogliere oggetti “come le bestioline del sottobosco che ficcano nelle loro tane di tutto”. La descrizione particolareggiata che fai degli ambienti ne è una conseguenza?
Chissà, è probabile… non ci avevo pensato… Di sicuro ho l’horror vaqui e sono disordinatissima e dedita all’accumulo… però che questa caratteristica, chiamiamola difetto, si ripercuota sui miei disegni… be’, mi sembra interessante e possibile. Ci rifletterò.
Il linguaggio, la scelta delle parole, a che punto entrano in scena, fra le fasi di realizzazione?
Soprattutto visto che sul tuo sito affermi di non scrivere una vera e propria sceneggiatura. Quanto ritieni importante questo aspetto?
L’iter di lavorazione è questo: mi viene l’idea, che di solito è un momento, un fatto, un’atmosfera, poi scrivo una scaletta che correggo e metto a punto, tenendo conto delle pagine che ho a disposizione. Poi scrivo questo lungo trattamento che è un misto di descrizioni di azioni, atmosfere e luoghi e di dialoghi. Qui entrano in gioco le parole. Qui mi occupo di come parlano i personaggi. A volte, spesso, quando comincio a disegnare, il dialogo viene frammentato (ho orrore dei balloon molto pieni o troppo grandi), e spesso trasformato o tagliato o allungato. I dialoghi sono azioni, sono fondamentali quanto le sequenze… Le parole sono discriminanti. Le parole chiariscono, attaccano, obnubilano, disperdono… Correggo le parole fino all’ultimo…
Lasciamo un attimo la parte testuale e passiamo ad altri linguaggi: tu che il computer, leggo, lo usi “solo per scrivere le storie e le mail” in che punto ti poni nella linea tra pittura e fumetto?
Ah…io mi pongo sul fumetto. Non ho mai fatto pittura. Io mi occupo di sequenze. Di racconti disegnati in sequenza, fatti per essere stampati. L’originale è irrilevante. Non me lo immagino incorniciato.
Vanna e il Giappone: che rapporto c’è? Va oltre la pura contaminazione grafica? Il Paese apparentemente tanto formale ma anche estremamente passionale influenza le tue storie? Ovvero, l’ispirazione è anche culturale?
Io sono della generazione che ha visto Goldrake alla scuole medie. Non posso negare l’influenza che il Giappone ha avuto sui miei fumetti e su di me. Ma, a pensarci adesso, credo che quello che ha avuto
più influenza reale, e non solo di fascinazione, sono stati Pratt, Crepax, Searle, Battaglia, Schulz, Salinger, Bernhard… l’Occidente insomma… Poi non posso negare che il cartone animato di Lady Oscar, o alcuni Shojo Manga un po’ vecchi e l’impaginazione libera siano stati per me fondamentali… ma il Giappone
è davvero molto molto lontano… È una cultura complicata e lontanissima. Di cui non so poi molto.
Per concludere, vorrei sapere: qual è la vera personalità di Vanna Vinci? O, per dirla in altri termini, quando viene fuori l’autrice satirica e quando la narratrice malinconica? Si sovrappongono quotidianamente o vengono alimentate da particolari momenti di vita?
Oddio, io non so definire la personalità di Vanna Vinci. I due aspetti si sovrappongono, sono entrambi veri, cioè a tratti autobiografici. Come tutti, a volte sono di umore negro…altre volte sono umoristica, altre sardonica…La vita, gli eventi c’entrano sì e no… Se posso dire una cosa personale: la bambina filosofica è un’autobiografia. Le altre storie pure… Non saprei quale delle due sia quella seria…Certo… la bambina mi assomiglia parecchio…

CENNI DI BIOGRAFIA
Esordisce nel mondo del fumetto nel 1990. Sulla rivista Nova Express pubblica L'altra parte e Doppio sogno. Realizza con Giovanni Mattioli, Guarda che luna, Una casa a Venezia e L'età selvaggia,
vincitore del Premio Romics 2001 come miglior libro di scuola europea.
Pubblica i romanzi a fumetti Ombre, Lillian Browne, Viaggio sentimentale, Aida, Sophia la ragazza aurea e Sophia nella Parigi ermetica e Gatti neri cani bianchi. Come autrice satirica ha realizzato
tre volumi de La Bambina Filosofica.
I suoi libri a fumetti escono in Italia per Kappa edizioni e in Francia per Dargaud. Come illustratrice per ragazzi ha collaborato con Fabbri e Battello a Vapore, fra gli altri. Nel 1999 ha vinto il Premio Yellow Kid come miglior disegnatore italiano e nel 2005 il Gran Guinigi di Lucca Comics come miglior disegnatore.
Tutte le immagini sono di esclusiva proprietà di Vanna Vinci.
L'intervista è uscita sul numero 2/2010 di Satura
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